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Stürmlich

Stürmlich

Fu alla fine di quell’alba tormentata e definitiva, per l’anima mia e per quella del Nelli, che mi misi a cercarlo per ogni dove, senza averne traccia.

Né i rossi di Livorno, né la figliola del Baluganti, che con lui se la intendeva, sapevano dove fosse rifugiato quell’uccisore della mia pace famigliare. Neanche la Lola seppe dirmi qualcosa, impestata com’era dai vapori di un cognac scadente e a buon mercato, ricurva sulle sue lussurie e sulla sua vecchiaia che le si era presentata anzitempo.

Qualcuno al porto diceva che si fosse rifugiato in Isvizzera assieme a qualcuno dei politici anarchici amici suoi, altri si limitavano a esprimere una connivente biascicata di dubbio, come a dire che tutti lo sapevano bene dove si trovasse, ma che nessuno era disposto a spendere una parola in più sul sentiero per il quale egli andava destinato, la morte. O porto di Livorno traditore.

A mezzogiorno, divorato dalla fame e dal rancore cieco, che morde l’anima ben più della dignità perduta, mi fermai a calmare l’appetito e con le ultime monete rimastemi, comprai due etti di torta di ceci, il cui bollor di forno mi rinfrancò le forze perdute da tanto camminare e la determinazione di farla finita con quell’assassino che aveva rovinato per sempre la mia serenità.

Verso le due, passando dalle parti della Stazione, notai un ragazzotto sulla trentina che ragionava in modo concitato con un altro che mi voltava le spalle:

“Scappa, per Dio, scappa… fra dieci minuti parte il treno per Firenze e da lì, con un po’ di fortuna, puoi prendere quello per il confine… se tutto va bene stanotte sei fuori d’Italia, ma per l’amor del cielo scappa, che se no quello t’ammazza! O non l’hai visto cos’ha fatto a quel dottore? L’Annina gli ha detto tutto, di te e di lei. È sortito di casa e non si sa dove sia.”

“Ci vuole ben più di un miserabile cornuto per ammazzar me. Son più di un boccone, sai?”

Fu in quel preciso istante che la mia rabbia si trasformò, come per incantesimo o malocchio, in una calma serafica e consapevole, scevra da ogni turbamento, ripensamento o rimorso. Il destino, Reverendo Padre, ha in serbo per noi reazioni emozionali che nessuno prevederebbe di avere in una circostanza siffatta. Le mani non mi tremavano, non più, e avevo in animo solo il desiderio, di più, il bisogno ineludibile di cancellare quell’infame dalla faccia della terra, chè era solo buona cosa e gran servizio a Dio e agli uomini.

Feci un passo verso di lui. Le gambe erano ferme, salde, stabili. E per la prima volta, dopo la mia peregrinazione, mi stavano portando verso l’unica direzione possibile. Le seguii con convinzione ferma, la stessa che si ha quando si affronta tutto quello che è inevitabile. Lo sentivo bofonchiare qualcosa. La sua voce, -ah, le voci non tradiscono mai!- pur confondendosi con quella del suo interlocutore, pareva emergere dal brusio di sottofondo evidenziato dallo sferragliare candenzato dei filobus1 che dalla Stazione partivano per ramificarsi in quella che era la mia città e che lo sarebbe stata per sempre.

“Ah, eccolo l’Armadino… alla grazia degli occhi che ti vedono! O cosa ci fai alla Stazione a quest’ora?”

“Ti cercavo.”

“Me? O chi sei, te, il Commissario?”

“No. La tua cattiva coscienza.”

Il giovanotto che era stato con lui fin quasi al termine della sua vita terrena, appena mi vide, si die’ a correre via, lasciandomi solo con quell’omicida d’anime e di sentimenti.

“Ora si fanno i conti io e te. Per l’Annina.”

“Ah, l’Annina… non crederai mica a quello che si dice in giro…”

“No, io credo a lei. E al figliolo del peccato che porta in seno. E il peccato è il tuo, gran pezzo di merda!”

“È una maestrina, cosa vuoi che capisca… è abituata a raccontar favolette ai fanciulli. Avrà preso per fanciullo anche te. Del resto, se l’hai sposata…”

E aveva, di nuovo, quel fare strafottente e provocatorio che gli era solito. Teneva le braccia conserte in segno di sfida e non si muoveva di lì neanche di un centimetro. Mi venne in mente, come in uno schiantar di tuono, che era stata l’Annina stessa, quando eravamo felici, a spiegarmi che “provocare” voleva dire “chiamare a“, ossia dare una risposta che ci viene imposta, più che richiesta. Noi camminiamo, chi per il sentiero spinoso del Calvario, chi per quello costellato e limpido del Paradiso, e qualcuno o qualcosa ci distrae, come se volesse dirci “Sono qui. Perché non mi guardi? Perché non smetti un momento di camminare per badare a me?” E pensai che la provocazione era il più grande crimine della storia degli umani, altro che il peccato originale!

Fu così che mi parve naturale mettermi la mano in tasca e tastare, per aver conferma della sua confortante presenza, il coltello che portavo sempre con me. L’Annina, quando mi amava ancora, soleva chiosare:

“Accidenti ai coltelli e al maledetto che l’ha inventati!”

E dissi, in modo che capisse bene:

“È finito Sandrino il Nelli. Te ne devi fare una ragione.”

Ebbe come un attimo di disorientamento. Chissà cosa gli venne in mente. Forse che non avrebbe visto il tramonto sul mare, e neanche qualcheduna delle sue innumerevoli puttane.

Il manico del coltello mi sembrava caldo, pronto, pulsante. Lo estrassi e lo appoggiai contro le sue orribili pudende che non avrebbero mai più dato seme per generar figliuoli bastardi di cui impestare il genere umano con la sua criminale progenie.

“O cosa fai…”

Ma l’ultima parola gli si strozzò in gola, giacché la lama a scatto aveva già compiuto il suo dovere, penetrandolo completamente. La feci scorrere qualche centimetro più in alto, giusto per contemplare la reazione bambinesca del Nelli, la cui prepotenza aveva ceduto il passo a un volto più arrendevole e a uno sguardo che si spegneva via via dal dolore.

Poi ritrassi il coltello per un solo momento per colpirlo di nuovo allo stomaco e veder sgorgare il suo sangue marcio che andava a innaffiare i prati delle aiuole della Stazione, mentre cadeva a terra, ormai esausto. E allora tornai a colpirlo, più e più volte. Alla gola, al collo, alla schiena, e poi di nuovo al ventre, finché la lama non si piegò contro il costato che riparava inutilmente il suo cuore nauseabondo. Fu una furia spietata, come spietata era stata la sua provocazione della mia vita, ma certosina e metodica come la mano di un chirurgo. O di un macellaio.

Non mi accertai che avesse smesso di respirare. Presi con passo svelto la strada di casa e per la prima volta avvertii il freddo di quel malinverno traditore pungermi le membra stanche. Sentii distintamente il grido della raccoglitrice di stracci e ferri vecchi che chiamava perché qualcuno le desse qualcosa:

“Eccola la cenciaia, donneeeeeeee…”

Mi prese una rassegnata commozione al sentire il canto di quella città che avevo sempre amato, e che da gran budello2 che era, se ne infischiava di aver fatto godere chissà chi, in quale modo e soddisfacendo per denaro non si sa quale perversione, mentre abbandonava i suoi figli in giro per il mondo.

Giunsi a casa che l’Annina mi aspettava, senza aver dismesso lo sguardo duro e coriaceo che indossava la notte avanti che la rendeva irriconoscibile ai miei occhi.

“E ora cos’hai intenzione di fare?”

“Respirare, Annina, respirare…”

1Nome derivato dai mezzi di trasporto a filo elettrico. Per estensione qualisasi tipo di autobus urbano.

2Prostituta.

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