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Parole finali

Parole finali

Il modello della composizione di questo romanzo è la narrativa picaresca spagnola del XVI secolo. In particolare l’immenso “Lazarillo de Tormes”, che non ha ancora finito di dire tutto quello che ha da dire e ci parla ancora, incessantemente.

Letteratura di poveri vagabondi, quando non addirittura di delinquenti o disgraziati. Spesso le tre cose coincidono.

Del “Lazarillo” ho ripreso stile (la narrazione in prima persona, la descrizione delle umili origini del protagonista) e perfino espressioni quasi pedissequamente riportate, tanta e tale è la loro forza espressiva.

E poi “La famiglia di Pascual Duarte” del Premio Nobel Camilo José Cela, per cui si parlò addirittura di “letteratura tremendista”, termine che mi è sempre sembrato eccessivo, finché non mi è capitato tra le mani “Il figlio del padre” di Víctor Del Árbol, e mi sono ricreduto.

Mentre ponevo mano alla narrazione mi sono imbattuto in un romanzo di Domenico Dara che porta lo stesso titolo del mio. Onde evitare spiacevoli e pretestuose ripercussioni ho pensato di cambiare il mio titolo originale in “Mal inverno”, ma la soluzione non mi piaceva. Per cui l’ho lasciato tale e quale. Dara si riferisce al cognome (assai diffuso, mi dicono, nell’alta Lombardia) del suo protagonista, io a una stagione malevola.

E al mondo c’è posto per tutti.

VALERIO DI STEFANO

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